Ecco una sua breve autobiografia
scritta nel 1990

"M i sono laureata nel lontano 1943. I veri insegnamenti quelli che più hanno inciso nella mia vita, li ho avuti da mio padre, medico e vecchio socialista militante, e da mia madre, donna piena di vita, fiduciosa, appassionata, di tradizioni liberali.
È stato naturale quindi partecipare alla lotta antifascista e partigiana. Lotta che mi ha maturato politicamente è umanamente.
Finita la guerra continuai a frequentare il reparto di pediatria, diretta dal professor Piero Fornara, noto pediatra e antifascista, che mi aveva invitato a lavorare con lui tralasciando il lavoro di laboratorio che aveva occupato parte dei miei anni di università e il periodo immediatamente successivo.
Fu lavorando in un servizio pediatrico che mi resi conto di quanto poco sapevamo riguardo ai disturbi psicologici del bambino e cominciai a dedicarmi a questi problemi. Prima andai in Belgio da Madame Decroly, figlia del famoso pedagogista che era appena tornata da un viaggio in America e poteva quindi informarmi sul lavoro delle Child Guidance, oltre che farmi conoscere le diverse istituzioni per bambini normali e subnormali create da suo padre.
Ebbi pertanto l’idea di come si poteva formare uno psichiatra infantile e di quale valore aveva una corretta azione pedagogica. Proseguii la mia formazione in Svizzera presso la allora famosa Office Médico-pédagogique di Losanna diretta dal dottor Bovet, a indirizzo psicodinamico.
Contemporaneamente feci un analisi didattica dal dottor Beno allievo di De Saussure a Malévoz,allora uno dei centri psichiatrici più moderni dove già ai tempi si applicava la teoria psicoanalitica: qui ebbi la possibilità di fare un periodo di esperienza con pazienti adulti. Tornata in Italia, ebbi frequenti contatti con il gruppo psichiatri infantili francesi che facevano capo a Lebovici.
Solo intorno al 70 ebbi modo di conoscere gli allievi della Klein. A Londra incontra i Esther Bick, che invitai in seguito in Italia e, a sua volta, si mise in contatto con il dottor Meltzer e con Martha Harris, che invitammo a Novara, prima per conferenze sull’adolescenza e, poi per seminari clinici.
Questo è il mio primo il mio retroterra culturale nel campo della psichiatria e psicoanalisi infantile.
Mentre avveniva la mia formazione all’estero, intorno agli anni 1946-1950, come medico scolastico, poi come medico del O.M.N.I (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia) e, quindi, come medico ospedaliero, organizzai in embrione un servizio medico pedagogico nella scuola, aprii un consultorio medico pedagogico all’O.M.N.I, presso un asilo nido, quindi un servizio ospedaliero affiancato alla pediatria, che si chiamò più tardi Servizio di Neuropsichiatria Infantile e unificò le precedenti funzioni di prevenzione, cura e recupero”.
Data la mia formazione politica e culturale, l’esperienza della guerra e della ricostruzione, come pediatra non potevo certo limitare la mia attività allo stretto ambito della cura dei bambini sofferenti di disturbi psichici. Così il mio interesse si volse al campo della prevenzione dei disturbi fisici psicologici del bambino piccolo , agli asili nido, alle istituzioni per l’infanzia abbandonata, al lavoro nelle scuole materne ed elementari in cui secondo la moda di allora tentammo un lavoro di dépistage con esami collettivi.
E’ del 1948 l’apertura di una scuola medico-pedagogica e degli anni successivi quella di un piccolo istituto a conduzione familiare per bambini difficili e di un piccolo internato per i bambini che avevano subito i danni più gravi dall’ospedalizzazione precoce. Queste strutture, dopo circa vent’anni, vennero chiuse o lasciata alle cure di altri quando il servizio territoriale si sviluppò tanto da permettere la cura senza allontanamento dalla famiglia e con il reinserimento dei bambini nelle scuole normali. Queste esperienze ci arricchirono e mostrarono appieno la complessità dei problemi che ci stavano di fronte. Dalla mia formazione culturale e dal lavoro mio e dei miei collaboratori sono maturate le esperienze (poi tradotte in una serie di scritti, in parte pubblicati nel corso degli anni) sviluppate insieme a colleghi di altri servizi o con i collaboratori stessi. Mettere a fuoco il momento diagnostico (affinché non si basasse più solo sul quadro sintomatologico), soffermarsi sulle utilizzazioni di particolari reattivi, lo studio sui 1000 casi, le relazioni che puntualizzavano nella situazione scolastica, il caso di Luigino (che metteva in evidenza le sindromi di specializzazione precoce) e, via via, gli altri lavori fino a giungere agli studi catamnestici tutt’ora in corso, alla pubblicazione del libro “Disegno e psicanalisi infantile“: sono l’espressione del nostro percorso nel volgere degli anni.
A ciò si è anche aggiunto l’impegno congiunto di imparare osservando e ascoltando di trasmettere più giovani quando andavo a prendendo.
Il servizio di Novara fu, per anni, punto di riferimento per chi si occupava di questi problemi, prima che sorgessero le scuole di psicologia e di psicoterapia. Ma non va dimenticata un’importante esperienza, fatta negli anni che vanno dal ’50 al ’60, che mi ha dato modo di capire il difficile compito dei genitori dei bambini malati e di chi giornalmente li segue. Per anni, onde evitare soluzioni rischiose, come il ricovero in istituti psichiatrici, ho avuto in casa, per periodi anche lunghi, adolescenti con gravi turbe affettive e del comportamento, spesso accompagnati da parenti ed educatori. È stata un’esperienza difficile, talvolta angosciante, che mi ha dato modo di cogliere, al di fuori dell’ ambito privilegiato di un trattamento, le fini e subdole interazioni che venivano a crearsi tra ragazze e l’adulto che aveva anche il compito di educare. Da allora il mio impegno con i genitori e gli educatori è diventato anche più vivo o è costante".

In “Grazie Marcella”. Raccolta di testimonianze in onore di Marcella Balconi: medico, pioniera della psicoanalisi infantile in Italia (1919-1999). Quaderni ARSDiapason, Torino 2009.

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